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«Mussolini ha dato il voto alle donne»
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Le date
Il suffragio femminile era già arrivato in Parlamento prima del fascismo: il 6 settembre 1919 la Camera approvò a grande maggioranza una proposta che estendeva il voto politico e amministrativo a tutti i cittadini di entrambi i sessi, ma la fine anticipata della legislatura impedì il voto del Senato1.
Il 22 novembre 1925 la legge n. 2125 iscrive nelle liste elettorali amministrative le donne con almeno 25 anni che rientrino in una di queste categorie: decorate, madri o vedove di caduti in guerra, donne che esercitano la patria potestà o la tutela e sanno leggere e scrivere, donne con la licenza elementare, contribuenti per almeno 100 lire l’anno che sanno leggere e scrivere2. Non il voto politico, e non tutte le donne: una minoranza istruita o benestante3.
Cosa fece davvero il regime
Il 4 febbraio 1926 la legge n. 237 sostituisce sindaco e consiglio comunale con un podestà nominato dal governo, nei comuni fino a 5.000 abitanti4. Il 3 settembre dello stesso anno un regio decreto-legge estende il podestà a tutti i comuni del Regno5. Il diritto concesso dieci mesi prima resta così senza elezioni in cui esercitarlo: la Camera dei deputati la definisce una «conquista formale»16.
Il contesto che manca
Il diritto di voto viene esteso alle donne con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 19457, dopo la caduta del regime. Le italiane votano per la prima volta nel 19461.
Fonti
Camera dei Deputati — Il voto delle donne ↩︎ ↩︎ ↩︎
Normattiva — Legge 22 novembre 1925, n. 2125, art. 1 ↩︎
Francesco Filippi — Mussolini ha fatto anche cose buone, Bollati Boringhieri, 2019, cap. «Il duce femminista» ↩︎
Normattiva — Legge 4 febbraio 1926, n. 237 ↩︎
Normattiva — Regio decreto-legge 3 settembre 1926, n. 1910, art. 1 ↩︎
GenIUS — Stefano Malpassi, «Ecco il guaio!» Brevi note su donne e cittadinanza nel regime fascista ↩︎
Normattiva — Decreto legislativo luogotenenziale 1° febbraio 1945, n. 23 ↩︎