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Ha fatto anche cose buone

Razzismo e colonie

«Le leggi razziali gliele impose Hitler»

falso

La cronologia

Già nel settembre 1920, due anni prima della marcia su Roma, Mussolini teorizza pubblicamente una gerarchia tra le razze. Parlando a Pola, davanti agli sloveni e ai croati dell’Istria, definisce quella slava «una razza inferiore e barbara» a cui applicare «non la politica dello zuccherino, ma quella del bastone», e si dice pronto a «sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani» per fissare il confine orientale. Lo storico Emilio Gentile, ricostruendo l’ideologia fascista delle origini, documenta come già nei primi anni Venti circolasse tra gli intellettuali vicini al movimento — Curzio Suckert, il futuro Malaparte, in testa — l’idea di uno «spirito individualista della razza latina» contrapposto ad altri popoli: il vocabolario razziale non nasce nel 1938, accompagna il fascismo fin dal suo formarsi.

Nel 1937, in Etiopia occupata l’anno prima, il regio decreto-legge 19 aprile 1937 n. 880 vieta i rapporti coniugali tra cittadini italiani e sudditi dell’Africa Orientale Italiana, punendoli con il carcere: è la prima legge razziale segregazionista del fascismo, un anno e mezzo prima delle leggi del 1938. Il bersaglio è il «madamato», la prassi diffusa e a lungo tollerata di unioni — spesso comprate dalle famiglie delle ragazze, quasi mai formalizzate — tra funzionari e coloni italiani e donne dell’Africa Orientale, alcune minorenni: il caso più noto è quello del futuro giornalista Indro Montanelli, che nel 1935, ventiseienne, raccontò di aver “acquistato” per alcune centinaia di lire e sposato una dodicenne eritrea di nome Destà, ammettendolo pubblicamente in televisione nel 1969. Il regime non vietò la pratica per tutelare le ragazze coinvolte: la motivazione ufficiale era che quelle unioni, diffondendosi tra i coloni, avrebbero finito per imbastardire la razza dei dominatori italiani in Africa.

Nel 1938 arrivano, con il regio decreto-legge 17 novembre n. 1728, le leggi razziali contro gli ebrei. La giustificazione ufficiale fu che, avendo difeso la razza nelle colonie, il fascismo doveva ora difenderla anche in patria.

Come furono scritte

Secondo Filippi, le leggi del 1938 non sono una copia di quelle di Norimberga: sono la via italiana al razzismo. Fu sufficiente prendere la normativa razzista già elaborata per le colonie e sostituire «indigeno» o «non bianco» con «ebreo». Non ci fu alcuna pressione da parte di Hitler.

Il razzismo come programma

Il regime promosse studi pseudoscientifici per dimostrare la superiorità di alcune etnie sulle altre — il Manifesto della razza del 1938 — e si fece perfino inventare il concetto di «razza mediterranea». Non fu un cedimento tardivo: era un punto fermo della politica fascista fin dall’inizio.

Fonti