Previdenza e welfare
«Il fascismo ha inventato la settimana di 40 ore lavorative»
parzialmente vero
Le date
La riduzione dell’orario di lavoro non nasce con il fascismo. Il 20 febbraio 1919, in piena epoca liberale, la FIOM firma con gli industriali metalmeccanici il primo accordo nazionale che porta la settimana lavorativa a 48 ore — 8 al giorno — mantenendo la paga piena. Nel 1923 un decreto estende quella disciplina a tutte le categorie di lavoratori.
Cosa fece davvero il regime
Nel 1934 la Convenzione Pirelli-Cianetti riduce a 40 ore la settimana in alcuni settori dell’industria — ma tagliando il salario in proporzione alle ore in meno: è dichiaratamente una misura contro la disoccupazione, non un aumento di reddito per chi già lavorava. Nel 1937 il regio decreto-legge 1768 generalizza le 40 ore a tutta l’industria, di nuovo con taglio proporzionale della paga. Il nucleo della rivendicazione — «40 ore» — è reale; il modo in cui fu realizzata no.
Il contesto che manca
Nel 1940, appena l’Italia entra in guerra, la legge 1109 sospende il regime delle 40 ore e riporta l’orario a 48: il fascismo stesso abbandona la misura che oggi qualcuno gli attribuisce come merito duraturo. La settimana di 40 ore a parità di stipendio — quella che conosciamo — arriva solo nel 1969, con l’autunno caldo dei metalmeccanici: ventinove anni dopo che il regime l’aveva cancellata.